La musica, le tradizioni popolari sono uno dei segni che rendono evidenti e riconoscibili i connotati di una cultura  e di una storia non solo all’esterno, ma anche all’interno, verso coloro che di quella cultura e di quella storia fanno parte, espressioni di un’identità, che  rappresentano le uniche necessarie, pacifiche e feconde forme di “diversità” che caratterizzano le comunità umane, aldilà di etnie, razze, condizioni sociali e politiche. In questo la canzone napoletana è un marchio inconfondibile a livello planetario. Quando si pensa a Napoli, in qualunque parte del mondo, si pensa subito ad un motivo di una canzone. Anche i napoletani stessi pensano alla loro città come alla patria della canzone, ma quand’è che quest’ultima nasce a Napoli? Comunemente quando si parla di canzone napoletana si indica quella produzione che si afferma dalla prima metà dell’ottocento e che rappresenta un punto di arrivo di un lungo processo al quale partecipano condizioni storiche culturali e politiche. Il simbolo stesso della città, la sirena Partenope, bellissima con il suo canto affascinante, irresistibile a tal punto che chiunque si fermasse ad ascoltarla ne rimaneva ammaliato. Che a Napoli si sia sempre cantato è testimoniato anche dal Boccaccio, nel suo soggiorno napoletano,

“La donna mia con altra accompagnata

Cantando or una  or altra canzonetta”

Molte sono le testimonianze, anche di viaggiatori stranieri che attestano  che a Napoli si praticasse una musica popolare per le strade, una musica basata sull’oralità, nel senso che la sua creazione avviene senza la scrittura. Erano le famose villanelle, delle quali la prima raccolta stampata è del 1537, e per circa due secoli partendo da Napoli si diffusero in tutta Europa. Diversa è la canzone ottocentesca che si sviluppò nei salotti napoletani dove si organizzavano incontri periodici, riunioni della piccola borghesia: qualcuno declamava una poesia, altri cantavano canzoni e nel frattempo si beveva un po’ di rosolio. Esistono due scuole di pensiero che tentano di dare una data precisa alla nascita della canzone napoletana. La prima sostiene che il brano Te voglio bene assaie  del 1839 rappresenta la prima canzone d’autore, con tanto di nome e cognome, scritta da Raffaele Sacco e musicata, secondo il De Mura, da Filippo Canzanella. Un aspetto importante da sottolineare è il successo che ebbe questo brano: in ogni ambiente, da quello popolare a quello borghese, e in pochi giorni per le strade di Napoli vengono venduti 180.000 fogli singoli con la trascrizione del canto, le cosiddette “copielle”, un espediente per promuovere la canzone. Il tutto si inserisce nello scenario della festa di Piedigrotta, facendola  prevalere sull’antica tradizione del cantare per strada che pure aveva avuto un grande successo a Napoli come in tutta Europa.

La seconda scuola di pensiero sposta la data di nascita, verso la fine dell’ottocento, con le prime canzoni di Di Giacomo oppure con “Funiculì funiculà” di P. Turco- L. Denza, cioè quando intorno alla canzone c’è tutto un movimento più maturo. I personaggi diventano dei professionisti, gli imprenditori del settore facilitano l’incontro tra cantanti, poeti, musicisti e illustratori, ed è grazie a tutta questa unione di forze che la canzone classica napoletana avrà una così grande diffusione e successo sia in Italia che all’estero. Nasce l’industria della canzone. In questo, Te voglio bene assaie  rappresenta l’evento più significativo in un momento in cui si cerca di creare delle forme di canzoni colte ma con un tocco leggero, si fondono così tradizioni popolari con romanze da camera. Questo inizio di contaminazioni costituisce la caratteristica principale della canzone napoletana che gli consente di potersi aggiornare di volta in volta nel corso del tempo. Ma questa caratteristica aprirà nuovi dibattiti: c’è chi crede che la canzone si debba ispirare a sentimenti popolari senza essere contaminata, quindi la canzone non supera il periodo tracciato dai vari Di Giacomo, Ferdinando Russo, Libero Bovio, e che arriva fino agli anni quaranta del 1900 con Munasterio ‘e Santa Chiara, che segnerebbe la fine della canzone classica napoletana. C’è chi invece sostiene la tesi per cui la canzone per sopravvivere ha bisogno di rinnovarsi pur conservando una identità tale da non confondersi con altre. Questo spiegherebbe la nascita di Carmela, di Salvatore Palomba e Sergio Bruni fino ad arrivare ai nostri giorni con la produzione di Pino Daniele. Come si vede la canzone è da sempre un campo di accesi dibattiti, di controversie e polemiche, di scontri ideologici, di scuole di pensiero contrapposte.  Mentre ci blocchiamo su progetti  (musei, fondazioni, centri di studi e ricerca, ecc.)  l’interesse verso questo immenso giacimento culturale sembra nonostante tutto non venir meno. Non parlo a caso di giacimento culturale anche per le canzoni napoletane. Infatti sotto la punta  dell’iceberg del repertorio che noi oggi comunemente conosciamo c’è una mole di materiali  a tutti i livelli: da quella che potremmo definire con improprio termine moderno (la “canzone d’autore”) ai generi di più leggero intrattenimento, opera di grandi artisti e valenti artigiani che attendono di essere scoperti ed indagati. In questo campo sono spesso le iniziative di  associazioni private e di singoli studiosi a fare la differenza.